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Vivi come se

“Vivi come se dovessi morire domani. Impara come se dovessi vivere per sempre.”

Questa citazione, in genere attribuita al Mahatma Gandhi (“Live as if you were to die tomorrow. Learn as if you were to live forever”), pare derivi da altre e varie fonti, tra cui Isidoro di Siviglia, Maometto, Erasmo. Una discussione in merito si trova qui.

Da chiunque provenga, mi piace.

La creazione secondo i Rigveda

Trovo affascinante l’inno alla creazione (X.129) dei Rigveda, la più antica raccolta di testi sacri indiani. Un manifesto del dubbio, una conclusione che lascia a bocca aperta.

“In quel momento non vi era né l’esistente, né il non-esistente.
Non vi era aria, né il cielo che è al di là.
Che cosa conteneva? Dove? Chi proteggeva?
C’era l’acqua, insondabile, profonda?

In quel momento non vi era né la morte né l’immortalità.
Non vi era segno della notte, né nel giorno.
L’Uno respirava, senza respiro, con il suo stesso potere.
Oltre a quello non vi era nient’altro.

In principio vi era oscurità nascosta da oscurità;
indistinguibile, tutto questo era acqua.
Ciò che era nascosto dal vuoto, l’Uno, venendo in essere,
sorse attraverso il potere dell’ardore.

In principio il desiderio venne prima di tutto,
che fu il primo seme della mente.
I saggi che cercavano nei loro cuori con saggezza
scoprirono il legame dell’esistente con il non-esistente.

La loro corda fu estesa attraverso:
che cosa c’era al di sotto e che cosa c’era al di sopra?
C’erano portatori di semi, c’erano poteri;
vi era energia al di sotto, e impulso al di sopra.

Chi lo sa veramente? Chi può qui dichiarare
da dove è stata prodotta, da dove viene la creazione?
Dalla creazione di questo universo gli Dei vennero successivamente:
chi allora sa da dove ciò è sorto?

Da dove questa creazione sia sorta,
se lui l’ha fondata oppure no:
lui che la sorveglia nel più alto dei cieli,
lui solo lo sa, o forse non lo sa.”

Nota: il testo che riporto è una traduzione da una traduzione inglese, ma il senso generale è coerente con quello delle altre traduzioni che ho trovato, sia in inglese che in italiano.

Chi e cosa siamo

Dal punto di vista biologico, gli esseri umani possono essere visti come un insieme di microelementi eterogenei. Ciò, secondo The Economist, può e deve modificare per molti versi le ricerche in campo medico.

Microbes maketh man. People are not just people. They are an awful lot of microbes, too.

“The traditional view is that a human body is a collection of 10 trillion cells which are themselves the products of 23,000 genes.

If the revolutionaries are correct, these numbers radically underestimate the truth. For in the nooks and crannies of every human being, and especially in his or her guts, dwells the microbiome: 100 trillion bacteria of several hundred species bearing 3m non-human genes. The biological Robespierres believe these should count, too; that humans are not single organisms, but superorganisms made up of lots of smaller organisms working together.”

Da un punto di vista complementare, siamo allo stesso tempo prodotto e produttori di un insieme di rapporti. Biologici (genitori – figli), relazionali (partner, amici, conoscenti), ambientali (società, cultura, natura).

Inter-siamo (inter-being), come spiega il monaco buddista Thich Nath Hahn.

Snow e la globalizzazione

Charles P. Snow: “Le due culture”, Marsilio, 2005, p. 54:

“La tecnologia è piuttosto facile. O più esattamente, la tecnologia è quella branca dell’esperienza umana che la gente può imparare con risultati prevedibili. Per molto tempo, l’Occidente si fece un giudizio errato di ciò, e fu un gran male. […].
In un modo o nell’altro, abbiamo fatto credere a noi stessi che l’intera tecnologia fosse un’arte più o meno incomunicabile. E’ vero che partiamo con un certo vantaggio. Non tanto per la tradizione, penso, quanto piuttosto perché tutti i nostri ragazzi giocano con giocattoli meccanici. Essi afferrano alcuni elementi della scienza applicata prima ancora di essere in grado di leggere. […].
La cosa curiosa è che nulla di tutto ciò sembra essere molto importante. Per il compito di realizzare l’industrializzazione totale di un grande paese, come la Cina oggi, ci vuole soltanto la volontà di preparare un numero sufficiente di scienziati, di ingegneri e di tecnici. Volontà, e soltanto pochi anni. Non vi sono prove che una nazione o una razza sia più brava delle altre nel dare un insegnamento scientifico: molte cose provano invece che si rassomigliano tutte. La tradizione e l’ambiente tecnico, a quanto pare, contano straordinariamente poco. […].
Non si scappa. E’ tecnicamente possibile realizzare la rivoluzione scientifica in India, in Africa, nell’Asia sud-orientale, nell’America Latina, nel Medio Oriente, entro cinquant’anni. Non vi sono attenuanti per l’uomo occidentale se non vuole rendersene conto, e se non si rende conto che questa è l’unica via per sfuggire alle tre minacce che incombono sul nostro cammino: la guerra nucleare, il sovrappopolamento, le distanze tra ricchi e poveri. Questa è una delle situazioni nelle quali il crimine peggiore è l’ingenuità.
Dal momento che le distanze tra ricchi e poveri possono essere superate, lo saranno.”.

Enunciate in una conferenza a Cambridge nel 1959, sembrano profezie. Lo scrittore inglese aveva trattato in modo piuttosto superficiale il tema della conferenza che lo rese poi famoso – le due culture, appunto, sull’incomunicabilità tra il mondo degli “scienziati” e quello dei “letterati” – ma queste sue riflessioni sulla divisione internazionale delle conoscenze e del lavoro sono interessanti.